
Un liberale duro e puro. Che sfida il politicamente corretto senza paura, ma - giudizio personalissimo - con un po' di rassegnazione. Parlo di Piero Ostellino, quarant'anni di giornalismo al
Corriere della Sera, del quale è stato direttore, corrispondente dall'Unione Sovietica e dalla Cina, editorialista. Ora cura ogni sabato per il quotidiano di via Solferino la rubrica "Il dubbio", una summa del liberalismo duro e puro. Lo stesso che Ostellino ha proposto agli studenti milanesi del Corso di Liberalismo 2007 durante la prima lezione, che si è svolta il 29 gennaio. Il titolo della sua relazione è già una sintesi di approccio politicamente scorretto ai problemi italiani: "La riforma della prima parte della Costituzione". Sì, proprio la parte dei principi fondamentali, ritenuti intoccabili da una larghissima parte della classe dirigente nazionale, di destra e di sinistra. Prima di affondare il colpo, Ostellino rende omaggio ai suoi due maestri: "Sono diventato liberale grazie a Norberto Bobbio e ad Alessandro Passerin d'Entrèves. Il primo positivista, il secondo giusnaturalista". Due visioni distinte e distanti, francamente difficilmente conciliabili. Tant'è. Ostellino entra subito nel vivo del tema. Con un approccio choccante: "La democrazia italiana è il proseguimento dei totalitarismi del Novecento con altri mezzi. Viviamo in una democrazia tutt'altro che liberale. Bensì collettivista, statalista, dirigista". Basta dare un'occhiata all'elenco dei partecipanti all'Assemblea costituente eletta nel 1946, per rendersene conto, sostiene l'ex direttore del
Corsera: "C'era Fanfani, che in precedenza era stato tra i teorici del comporatismo fascista. E c'era Dossetti, di cui Togliatti diceva: 'Se non fosse un prete, sarebbe un grande comunista'". Risultato: "La nostra Costituzione non si fonda sull'individuo e sui diritti naturali, per dirla con Passerin d'Entrèves. Ha invece una vocazione all'astrazione ideologica". Ostellino non si tira indietro ed elenca una serie di esempi. "L'articolo 2 parla di 'doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale'. Ma, direbbe Popper, come si misura la solidarietà politica, economica e sociale?". Ancora. "L'articolo 4 recita: 'Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società'. Di nuovo: come si misura il progresso materiale e spirituale?". Non può mancare un cenno all'incipit dell'articolo 1: 'L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro'. Ma il lavoro è una merce che attiene al mercato". La conclusione è paradossale, ma non troppo: "Siamo l'unico Paese fondato su una merce". Parte la stoccata: "Io da liberale non mi riconosco nei principi della Costituzione". Gli esempi continuano: "Articolo 41: 'L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale...'. Cos'è l'utilità sociale?". "Articolo 42: 'La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti'. Funzione sociale?". Ostellino a questo punto si lascia andare ai ricordi: "Nel 1977, da corrispondente a Mosca, mi capitò tra le mani una bozza della nuova Costituzione sovietica. Ne scrissi sul
Corriere. Male, partendo dai presupposti che vi sto illustrando. Nel discorso di apertura del congresso, Breznev esordì con una lunga citazione del mio articolo sul
Corriere. Molti pensavano che sarei stato espulso dal Paese. Invece no. In compenso entrai nei libri di storia dell'Urss". L'accenno alla Costituzione sovietica non è casuale: "L'inganno della Costituzione italiana è stato quello di far pensare che la nostra Carta fosse compatibile con quella sovietica". Insomma, un pasticcio: "La nostra è una costituzione né liberale né fondata sul costruttivismo sovietico. Ma che limita i diritti individuali". Peccato gravissimo, per Ostellino, il quale cita i teorici dei diritti individuali, "da Mandeville a Hume, da Locke a Smith, fino a Hayek e Popper". "Sono le società aperte ad aver prodotto il maggior grado di libertà". Scatta l'esempio: "Un ricco che dilapida la sua fortuna, se ci pensate, produce un beneficio pubblico inconsapevole. I suoi soldi, infatti, vanno nelle tasche di altri cittadini". La relazione arriva al punto sulla critica del sistema fiscale redistributivo: "Il welfare non è un valore assoluto, ma un mezzo. Il welfare non deve puntare a redistribuire la ricchezza ma alla lotta alla povertà e alla creazione dell'uguaglianza delle opportunità". Quindi "è un modello più sociale quello che prevede prezzi bassi per approdare in tutte le città d'Europa - cosa che io da giovane non mi potevo permettere, perché gli aerei erano troppo cari -, piuttosto che la distribuzione del reddito". Altro affondo contro la Costizione italiana: "La nostra Carta afferma che bisogna privilegiare una politica sociale. Ma allora, scusate, io, che sono un liberale, cosa vado a votare a fare?". Un paradosso scuote e diverte la platea: "La Costituzione parla di diritto alla salute. Che vuol dire, che il cancro è anticostituzionale?". Risate. Ostellino affronta anche il tema Resistenza, con le connesse categorie di antifascismo e anticomunismo. "La Resistenza era formata da un antifascismo democratico e da uno antidemocratico, rappresentato dal Pci e da una parte del mondo cattolico. E' una mistificazione affermare che l'antifascismo equivale alla democrazia. Non è così. Stalin era antifascista ma non democratico. Così come Hitler era anticomunista ma non democratico". Di più. "E' la democrazia il valore fondante, non l'antifascismo. Ma una democrazia temperata però dal costituzionalismo. Altrimenti arriviamo alla 'volontà generale' teorizzata da Rousseau". Ancora. "La nostra Costituzione, invece, è un compromesso tra i due antifascismi che citavo sopra. Compromesso utile alla legittimazione del Pci. Ma a salvare l'Italia è stato solo l'antifascismo democratico e il fatto che il nostro Paese fosse inserito in un'alleanza di Paesi liberali. I nostri costituzionalisti non hanno capito che non si poteva stare contemporaneamente dalla parte del costituzionalismo democratico e dal quella del costituzionalismo costruttivistico sovietico". Il ragionamento ostelliniano arriva a una conclusione, quasi a un appello: "Sarebbe ora che spuntasse un politico che dicesse che la Costituzione italiana è vecchia e ormai anacronistica". Non basta. "Sogno un politico che dica della nostra Costituzione quello che Fantozzi diceva della Corazzata Potemkin". Altre risate, perché - per chi non lo ricordasse - Fantozzi diceva che "la Corazzata Potemkin è una boiata pazzesca!". La relazione è finita, ma non il dibattito. Ostellino ha tempo per rispondere ad alcune domande degli studenti del corso. Ricorda innanzitutto che "il liberalismo è una dottrina dei limiti del potere, non una dottrina del potere". A questo punto il giornalista del
Corsera mette i puntini sulle "i": "Io sono un liberale anglossassone, non un liberale continentale vicino alla Rivoluzione francese". Che significa? "Che io parlo di libertà al plurale e che guardo all'illuminismo scozzese, ma anche alle 'Riflessioni sulla Rivoluzione francese' di Edmund Burke. Il liberalismo continentale è invece il progenitore dei totalitarismi". Chiedo a Ostellino se il liberalismo anglossassone potrà mai attecchire nella realtà politica, culturale e sociale italiana. Lui sorride, mi dà atto che questa è proprio una "bella domanda", ma, nel merito, è scettico: "L'Italia è più legata alle tradizioni di pensiero nate a partire dalla Rivoluzione francese". La conclusione, già anticipata, è pessimista: partendo da queste basi, "la prima parte della nostra Costituzione non sarà mai cambiata in direzione di un liberalismo anglossassone. La mia è una critica giusnaturalistica alla Carta". Nessuna mutazione possibile. Che fare, allora? "Beh, un buon punto di partenza è leggere i libri dei veri liberali. Cosa che in Italia per anni è stata impedita. Basti pensare che anche il mio maestro Bobbio considerava 'La società aperta' di Popper non degna della traduzione in italiano e della pubblicazione". La lezione finisce. Saluto Ostellino e gli dico: "Sa, io ho fatto una tesi su Burke, e il suo riferirlo alla tradizione liberale mi ha tirato su. Anch'io la penso come lei, ma di solito Burke è considerato un becero reazionario". Ostellino mi conforta: "Macché. Burke è straordinario". Sottoscrivo.
2 Comments:
Ostellino è una delle poche menti pensanti ed indipendenti rimaste al Corriere della Serva.
Sulla necessità di riformare (come primo passo) la prima parte della costituzione siamo in sintonia, mi son sempre chiesto come un paese liberale potesse basare le sue fondamenta sull'art.1 della nostra carta...
oggi è difficile identificarsi con certi principi contenuti nel testo costituzionale.
sono legati ad una mentalià ottusa, non solo non liberaldemocratica.
il pensiero costituzionale libero vive in un altro mondo.
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