Il Gop non è più pop. Per ora
Tempi duri per George W. Bush e il Gop, il “Grand old party”, il “grande vecchio partito” repubblicano. L'Elefante, simbolo dei conservatori a stelle e strisce, piange, dopo la netta sconfitta nelle elezioni di Midterm. Dopo 12 anni di dominio repubblicano, la Camera e il Senato degli Stati Uniti sono passati in mano al partito democratico. L'Asinello, simbolo dei liberal, ride. Tutto o quasi come da pronostici, leggi sondaggi, della vigilia. Tradizione storica rispettata. Sì, perché negli ultimi cinquant'anni di elezioni di metà mandato, il partito del presidente in carica ha sempre perso, in media, tre seggi senatoriali in ciascuna delle 14 elezioni. E dal 1950 a oggi mai un presidente è stato capace di conquistare seggi al Senato al suo sesto anno in carica, cioè nelle sue seconde elezioni di metà mandato. George W. Bush non ha fatto eccezione. La cattiva gestione del dopoguerra in Iraq, gli aiuti tardivi alle vittime dell'uragano Katrina, gli scandali finanziari e sessuali che hanno coinvolto alcuni politici repubblicani, l'aumento del prezzo della benzina (ma la guerra in Iraq non era stata fatta per il petrolio?) e il peso di 12 anni di potere repubblicano hanno fatto il resto. Attenzione, però, a dare per finita l'era della “Right Nation”, la “nazione giusta perché di destra”, per usare un'espressione in voga tra i conservatori americani. Gli stessi sondaggi che davano in vantaggio i democratici alla Camera, indicavano i papabili candidati presidenti conservatori John McCain e Rudolph Giuliani come vincenti contro tutti gli aspiranti candidati presidenti del fronte progressista, compresa l'ex first lady Hillary Rodham Clinton, rieletta (alla grande) senatrice dello Stato di New York. Insomma, per ora il Gop non è più pop, ma potrebbe tornare a esserlo già nel 2008, alle elezioni presidenziali. Chi conosce il sistema politico statunitense sa che tra due anni tutto è possibile. Anche che l'Elefante torni a barrire felice.
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