Giornalisti vil razza dannata
I giornalisti come maestri? Ci andrei cauto. Eppure Pigi Battista, nella sua rubrica “Particelle elementari” (6 novembre 2006) sul Corriere della Sera sostiene proprio questa tesi, seppur sfumata: “Se non ci sono maestri, sarà il turno dei maestrini. Se latitano quelle che un tempo venivano pomposamente definite ‘le autorità morali’, da qualche parte bisognerà pure trovarne un debole surrogato. I giornalisti hanno tutti i requisiti per diventare questo succedaneo”. Insomma, più che maestri, maestrini, diminutivo che rende meglio l’idea e ridimensiona la tesi battistiana, prima che qualcuno si monti la testa. Anche perché io, che pure campo facendo il giornalista, credo che non esista nulla di più ridicolo di un giornalista che si prende troppo sul serio. E allora, leggendo l’articolo di Battista, mi è tornato alla memoria un brano di un libro ormai quasi introvabile di Giuseppe Prezzolini (nella foto), “L’arte di persuadere”, datato 1907. Un brano consigliatomi da un amico giornalista che consiglio a ogni giornalista (me compreso, maximamente) di rileggersi almeno una volta a settimana. Per non montarsi troppo la testa. Per restare con i piedi per terra. Per fare questo mestiere con la necessaria e indispensabile umiltà. Ma godiamocelo, questo Prezzolini d’annata:
“La fabbrica della coltura potrebbe fornire i materiali per scrivere un apposito Manuale della Ciarlataneria Scientifica e Letteraria per non piccola parte del quale potrebbero offrire documenti interessantissimi i giornalisti, se descrivessero la loro vita e i loro mezzi per fabbricare e improvvisare il sapere, e dargli la patina della serietà e lo splendore della novità. Obbligati ad essere politici ed agronomi, storici e filosofi, biologi ed ingegneri; costretti a servirsi di tutta la scienza dei manuali, delle notizie delle enciclopedie, dei documenti di terza mano, delle nozioni dei compendi; schiavi del fatto quotidiano e della moda settimanale; limitati da certe necessità di spazio e da certe ingerenze d’azionisti o di protettori; dovendo dilagare su certi punti e ripeterne certi altri; stretti dal tempo, senza poter ponderare, senza poter ruminare, senza poter limare; pagati per avere del genio a ore fisse, coltura per ogni occasione, aggettivi e verbi entro un numero determinato di righe; abituati a dover tagliare gli articoli, o a doverli prolungare più del necessario; con tutti questi impedimenti, e appunto per questi impedimenti, la loro opera rappresenta il massimo sforzo della sofistica, la più sublime resistenza a ciò che può corrodere, far marcire e frantumare l’organizzazione più solida di sapere e l’ingegno più acuto”.

1 Comments:
la mia personale tesi, caro Gino, è che il giornalismo sia finito da un po' e che al suo posto ci sia un magma indistinto di veline, ciarlatani, pigri reduci che tirano alla pensione e predicatori, servi di partito più o meno espliciti, agenti segreti che arrotondano con gli editoriali e con le confidenze sui magistrati e altro ciarpame
con l'eccezione di qualche idealista come te e forse anche me, che però ho i capelli bianchi dallo sconforto, seppur troppo lontano dalla pensione
la vicenda del contratto impossibile è solo l'ultima appendice di un blob che ci sta arrivando addosso lento e tracotante, un gelido gel che confina nostri ricordi buoni al privato e all'infanzia, quando sognavamo di fare questo mestiere, come violini ormai scordati e non riportabili all'armonia originale, perché il nostro liutaio è morto
e come dicono gli ultimi carbonari da santoro, viva la gnocca, anche senza testa, e viva i democratici
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