giovedì, novembre 30, 2006

L'incubo coreano

E' impressionante il reportage sulla Corea del Nord pubblicato sul Magazine del Corriere della Sera. Le foto parlano da sole. Camion che trasportano i bambini a scuola lungo strade a cinque corsie, ma deserte. Case diroccate appena fuori dalla capitale Pyongyang, stile girone infernale. Bambini che dormono soli e abbandonati sulle panchine di pietra. Donne che riparano una strada a piedi scalzi. Tutti scatti rubati dall'autore del reportage, Adrian Geiges, da un autobus durante la sua visita guidata - meglio dire vigilata - all'interno del Paese. Sì, perché scattare foto, in Corea del Nord, è vietato. La censura è feroce. Nel regime comunista guidato da Kim Jong Il, figlio del "grande leader" Kim Il Sung, morto 12 anni fa, la miseria e la povertà ci sono, ma nessuno, fuori dalla Corea, deve saperlo. I dati delle organizzazioni umanitarie sono allarmanti: il 7 per cento della popolazione soffre la fame, mentre il 37 per cento vive in condizioni di malnutrizione cronica. Il 37 per cento su una popolazione di 23 milioni di abitanti. Fate un po' voi i conti. I giornali e la televisione coreana non possono parlarne. Il giornalismo libero, sotto Kim Jong Il, non esiste. Gli unici servizi autorizzati sono quelli che esaltano la grandezza di Kim Jong Il. In Corea si rischia di finire rinchiusi per un refuso. E' accaduto a Jang Hae Sung, mandato in un campo di lavoro per sei mesi e obbligato a lavorare in un allevamento di maiali solo per aver dimenticato di scrivere l'ultima sillaba del nome di Kim Jong Il, si legge nel sito di Peace Reporter. In totale, sarebbero 200 mila le persone rinchiuse nei campi di lavoro: dissidenti, criminali comuni, fuggitivi dal Paese. La repressione è spietata. Difficile raccontare quanto avviene in Corea del Nord. Ci è riuscito, nel suo "Dossier Corea. Viaggio nel regime più isolato del mondo" (Castelvecchi), Geri Morellini. Impressionante il resoconto del giornalista italiano. E' la descrizione di un incubo. Coreano e per di più nucleare. Un incubo comunista.

martedì, novembre 28, 2006

Effetto boomerang

La notizia battuta dall'Ansa alle 17.27 non lascia adito a dubbi: "Enrico Deaglio è indagato dalla Procura di Roma per diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico". In fondo, in questo blog era già stato scritto che il film "Uccidete la democrazia!" era proprio una boiata pazzesca. L'unico rammarico, a questo punto, è aver speso i 17 euro per vedere il dvd. Resta la soddisfazione per la previsione azzeccata. E scusate se è poco.

lunedì, novembre 27, 2006

Una boiata pazzesca

Ho visto il film di Deaglio "Uccidete la democrazia!". Comico, il finale. Il presunto colpo di stato ordito da Berlusconi per vincere le elezioni con brogli sulle schede bianche è stato sventato, sul filo di lana, dal ministro Beppe Pisanu. Azzurro come il Cavaliere. Viva Pisanu.

venerdì, novembre 24, 2006

Il Paese dei brogli

Strano Paese, l'Italia. A urne appena aperte, il 10 aprile scorso, il premier uscente - e sconfitto - Silvio Berlusconi e il suo partito, Forza Italia, gridavano ai brogli elettorali e chiedevano il riconteggio delle schede. Notate bene: chi aveva gestito la macchina elettorale era Beppe Pisanu, ministro dell'Interno nonché esponente azzurro. Sette mesi dopo, ci risiamo. Ma stavolta è il settimanale di centrosinistra "Diario" diretto da Enrico Deaglio a parlare di brogli: la tesi è espressa in un film, "Uccidete la democrazia!", appena uscito in Dvd, in cui si accusano Berlusconi e Pisanu di aver fatto conteggiare a favore di Forza Italia migliaia di schede che in realtà erano bianche. La Procura di Roma ieri ha aperto un'inchiesta in merito. Notate bene: al Governo ora c'è il centrosinistra, il premier è Romano Prodi. Strano Paese, l'Italia, fondato sui presunti brogli più che sul lavoro, come recita la Costituzione. Destra o sinistra, si sentono sempre le stesse stupidaggini. In perfetto stile bipartisan.

domenica, novembre 19, 2006

Non lapidate l'adultera

Arabia Saudita. A nord della capitale Riad, nella provincia di Hail. Qui vive una donna di 39 anni. Ha quattro figli. Tre avuti nei dodici anni di matrimonio con un anziano saudita, morto sei anni fa. La quarta figlia, che oggi ha tre anni, è stata concepita quando la donna era già vedova. Per i giudici islamici sauditi quella figlia è illegittima e la madre è un’adultera che merita la morte per lapidazione. Lei, la vedova 39enne, accetta la sentenza. Dichiara di non voler nemmeno ricorrere in appello. “Desidero purificare la mia anima e conquistare il paradiso, accetto la condanna”, spiega in un articolo del quotidiano saudita Al Watan (La Patria) nel quale è raccontata la sua storia. Questo accade in Arabia Saudita, a nord della capitale Riad, nella provincia di Hail. Oggi, non un secolo fa. Davanti a tutto ciò, non mi resta che scrivere: non lapidate quella donna. Cristianamente, chi è senza peccato scagli la prima pietra.

venerdì, novembre 17, 2006

Friedman, il liberale rivoluzionario

Più che un liberista, un rivoluzionario. Io ricorderò così Milton Friedman, Premio Nobel per l'Economia nel 1976, morto ieri all'età di 94 anni. Sì, perché le idee di Friedman hanno rivoluzionato un mondo, quello del Secondo Dopoguerra, dominato dall'ideologia statalista e keynesiana. Rivoluzione teorica, grazie alle sue opere da economista. Ma anche rivoluzione politica: Friedman, capostipite dei "Chicago Boys", fu infatti il principale consigliere economico dell'ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Insieme hanno cambiato il mondo. Lo ha ben ricordato Danilo Taino, nel suo ritratto di Friedman sul Corriere della Sera di oggi: "Se, nel mondo, oggi l'inflazione è tutto sommato sotto controllo. Se le economie socialiste non sono più nemmeno studiate. Se si è messo un freno (precario) alla crescita delle tasse. Se molte scuole e università competono tra loro. Se, in America, i repubblicani hanno costruito un blocco sociale che ha spezzato l'egemonia di quello democratico costruito dal New Deal di Roosevelt. Se tutto questo e altro è successo, è anche perché Milton Friedman e la moglie Rose - sua partner anche di studi e di scritti che oggi, 74 anni dopo, lo piange - hanno gettato le fondamenta di idee solidissime".

mercoledì, novembre 15, 2006

Neocon ante litteram

“Bisogna proclamare solennemente che non è tollerabile la persistenza in un qualunque angolo del mondo di uno Stato ispirato a ideali distruttivi tirannici (...) Un regime, il quale opprima la libertà umana all’interno, è un germe di infezione per tutto il mondo. Perciò occorre armarsi e combattere e soffrire per abbattere il regime che, abbandonato a sé, rovinerebbe il mondo intero”. La posizione dell’ultimo dei neocon? Macché, un brano di un discorso pronunciato dall’ex presidente della Repubblica Luigi Einaudi nel 1945. Io sto con il liberale Einaudi.

martedì, novembre 14, 2006

Quella puzza di "appeasement"

Lasciare l’Iraq? Aumentare le truppe? Cercare un accordo “politico” con Iran e Siria? Per uscire dal pantano iracheno George W. Bush sembra pronto a tutto, o quasi. A dar retta alle indiscrezioni degli ultimi giorni, quelle che riferiscono del lavoro dell’“Iraq Study Group” guidato dai realisti James Baker (ex sottosegretario di Stato di Bush padre) e Lee Hamilton, gli Stati Uniti potrebbero imboccare la via dell’appeasement, in altre parole dell’accordo con Iran e Siria, gli Stati che molto stanno facendo per scatenare una guerra civile in Iraq. Insomma, basta con l’idea di esportare la democrazia in Medio Oriente, sì a una stabilità sottoposta ai ricatti dei dittatori di Teheran e Damasco. Beh, se questa è la via per uscire dal pantano iracheno, altri giorni tristi attendono gli iracheni e le popolazioni mediorientali. Trattare con il fanatico Ahmadinejad, novello Hitler del Terzo Millennio, è un suicidio politico. Con chi minaccia di “cancellare dalla carta geografica” Israele, nessun accordo può essere possibile. Con chi vuole dotarsi delle armi nucleari per realizzare il fine di cui sopra, tanto meno. Non credo che Bush commetterà questo errore. L’unica via contro i nazisti-islamici è quella di rimanere saldi ai propri principi occidentali e democratici. Altro che appeasement. Il Churchill del 1938 – quello che si oppose allo sciagurato patto di Monaco tra nazisti e fascisti da una parte e inglesi e francesi dall’altra – insegna. Intendiamoci, però: che la strategia americana in Iraq debba cambiare, è un fatto acclarato. I neocon Kagan e Kristol propongono di aumentare le truppe americane di altre 50 mila unità, per cercare di stroncare gli attentati terroristici a Bagdad. Ma forse è troppo tardi. Ritirare le truppe, d’altra parte, sarebbe come dichiarare il fallimento della guerra in Iraq e lasciare campo libero ad Al Quaida e ai nostalgici seguaci di Saddam Hussein. Impensabile. Non c’è che dire, Bush si è cacciato in un bel cul de sac. Urge una soluzione. Non un compromesso con i nazisti-islamici. Il sogno di una democrazia in Iraq non può morire così.

giovedì, novembre 09, 2006

Il Gop non è più pop. Per ora

Tempi duri per George W. Bush e il Gop, il “Grand old party”, il “grande vecchio partito” repubblicano. L'Elefante, simbolo dei conservatori a stelle e strisce, piange, dopo la netta sconfitta nelle elezioni di Midterm. Dopo 12 anni di dominio repubblicano, la Camera e il Senato degli Stati Uniti sono passati in mano al partito democratico. L'Asinello, simbolo dei liberal, ride. Tutto o quasi come da pronostici, leggi sondaggi, della vigilia. Tradizione storica rispettata. Sì, perché negli ultimi cinquant'anni di elezioni di metà mandato, il partito del presidente in carica ha sempre perso, in media, tre seggi senatoriali in ciascuna delle 14 elezioni. E dal 1950 a oggi mai un presidente è stato capace di conquistare seggi al Senato al suo sesto anno in carica, cioè nelle sue seconde elezioni di metà mandato. George W. Bush non ha fatto eccezione. La cattiva gestione del dopoguerra in Iraq, gli aiuti tardivi alle vittime dell'uragano Katrina, gli scandali finanziari e sessuali che hanno coinvolto alcuni politici repubblicani, l'aumento del prezzo della benzina (ma la guerra in Iraq non era stata fatta per il petrolio?) e il peso di 12 anni di potere repubblicano hanno fatto il resto. Attenzione, però, a dare per finita l'era della “Right Nation”, la “nazione giusta perché di destra”, per usare un'espressione in voga tra i conservatori americani. Gli stessi sondaggi che davano in vantaggio i democratici alla Camera, indicavano i papabili candidati presidenti conservatori John McCain e Rudolph Giuliani come vincenti contro tutti gli aspiranti candidati presidenti del fronte progressista, compresa l'ex first lady Hillary Rodham Clinton, rieletta (alla grande) senatrice dello Stato di New York. Insomma, per ora il Gop non è più pop, ma potrebbe tornare a esserlo già nel 2008, alle elezioni presidenziali. Chi conosce il sistema politico statunitense sa che tra due anni tutto è possibile. Anche che l'Elefante torni a barrire felice.

martedì, novembre 07, 2006

Giornalisti vil razza dannata

I giornalisti come maestri? Ci andrei cauto. Eppure Pigi Battista, nella sua rubrica “Particelle elementari” (6 novembre 2006) sul Corriere della Sera sostiene proprio questa tesi, seppur sfumata: “Se non ci sono maestri, sarà il turno dei maestrini. Se latitano quelle che un tempo venivano pomposamente definite ‘le autorità morali’, da qualche parte bisognerà pure trovarne un debole surrogato. I giornalisti hanno tutti i requisiti per diventare questo succedaneo”. Insomma, più che maestri, maestrini, diminutivo che rende meglio l’idea e ridimensiona la tesi battistiana, prima che qualcuno si monti la testa. Anche perché io, che pure campo facendo il giornalista, credo che non esista nulla di più ridicolo di un giornalista che si prende troppo sul serio. E allora, leggendo l’articolo di Battista, mi è tornato alla memoria un brano di un libro ormai quasi introvabile di Giuseppe Prezzolini (nella foto), “L’arte di persuadere”, datato 1907. Un brano consigliatomi da un amico giornalista che consiglio a ogni giornalista (me compreso, maximamente) di rileggersi almeno una volta a settimana. Per non montarsi troppo la testa. Per restare con i piedi per terra. Per fare questo mestiere con la necessaria e indispensabile umiltà. Ma godiamocelo, questo Prezzolini d’annata:
“La fabbrica della coltura potrebbe fornire i materiali per scrivere un apposito Manuale della Ciarlataneria Scientifica e Letteraria per non piccola parte del quale potrebbero offrire documenti interessantissimi i giornalisti, se descrivessero la loro vita e i loro mezzi per fabbricare e improvvisare il sapere, e dargli la patina della serietà e lo splendore della novità. Obbligati ad essere politici ed agronomi, storici e filosofi, biologi ed ingegneri; costretti a servirsi di tutta la scienza dei manuali, delle notizie delle enciclopedie, dei documenti di terza mano, delle nozioni dei compendi; schiavi del fatto quotidiano e della moda settimanale; limitati da certe necessità di spazio e da certe ingerenze d’azionisti o di protettori; dovendo dilagare su certi punti e ripeterne certi altri; stretti dal tempo, senza poter ponderare, senza poter ruminare, senza poter limare; pagati per avere del genio a ore fisse, coltura per ogni occasione, aggettivi e verbi entro un numero determinato di righe; abituati a dover tagliare gli articoli, o a doverli prolungare più del necessario; con tutti questi impedimenti, e appunto per questi impedimenti, la loro opera rappresenta il massimo sforzo della sofistica, la più sublime resistenza a ciò che può corrodere, far marcire e frantumare l’organizzazione più solida di sapere e l’ingegno più acuto”.

lunedì, novembre 06, 2006

Saddam? Meglio vivo che martire

No, impiccare Saddam Hussein non mi pare proprio una buona idea. Intendiamoci: per me, in questo caso specifico, i motivi umanitari vengono per ultimi. Uno spietato dittatore come l'ex rais di Bagdad - "gasatore" di curdi e sciiti, assassino dei suoi stessi parenti - di umanità, francamente, non ne meriterebbe. Qui, però, il punto è politico. Ammazzare Saddam gioverà alla causa della liberà in Medio Oriente, obiettivo perseguito da George W. Bush e dagli Stati Uniti? Credo di no. Usare gli stessi metodi che avrebbe usato lo stesso Saddam (lui, peraltro, non avrebbe perso tempo con un processo di un anno, differenza non da poco rispetto a quanto è accaduto ora in Iraq) non è certo un modo per far comprendere la differenza tra gli Stati democratici e quelli dispotici alle oppresse popolazioni mediorientali. Insomma, non è un gran bello spot a favore della democrazia. Sì, conosco l'obiezione: in alcuni Stati Usa la pena di morte c'è. Verissimo. La contraddizione esiste. Ma, almeno nel caso Saddam, andrebbe risolta con una scelta coraggiosa. In fondo, meglio un Saddam vivo che "martire".