martedì, novembre 23, 2010

Riprendo il blog. Sì, è il caso di farlo. Urge una battaglia per la libertà.

domenica, ottobre 05, 2008

Lunga vita al capitalismo

Sempre la solita storia. Arriva la crisi finanziaria - preoccupante, per carità - e molti commentatori intonano felici il de profundis al capitalismo. Non migliore sorte tocca al liberalismo, wanted dead or alive - per dirla all'americana - ricercato vivo o morto (meglio morto, per i soloni dell'anti-capitalismo). Dispiace che anche un giornalista da me apprezzato come Pigi Battista si lanci in previsioni così funeste per l'economia di mercato: "Il liberismo sepolto e le perle di Maggie", si legge nel titolo della sua rubrica sul Corriere della Sera del 22 settembre scorso, mentre nel sommario si azzarda: "L'ideologia di Reagan e della Thatcher? Spazzata via dalla crisi". Mah, un po' di cautela non guasterebbe. Intanto l'Espresso coglie la palla al balzo per invocare "Liberiamoci dal liberismo". Certo, bisognerebbe partire con il contestare la distinzione tra liberalismo (politico) e liberismo (economico), una distinzione che non esiste in nessuna parte del mondo se non in Italia, eredità del pensiero liberale (si fa per dire) di Benedetto Croce. Ma lasciamo perdere. Per evitare di dare questi giudizi drastici sul legame tra "liberismo" e crisi finanziaria si dovrebbe cominciare a dire che la deregulation delle banche americane nel '99 è stata avallata dal presidente (democratico) Bill Clinton (Massimo Gaggi, "Barack e Bill, scontro sulle banche", Corriere della Sera del 3 ottobre). Poi sarebbe necessario aggiungere che l'attuale presidente (repubblicano) George W. Bush in campo economico non sta facendo una politica liberista, al contrario, come sostiene Christian Rocca sul Foglio del 30 agosto, "Bush non è mai stato un liberista duro e puro, è Franklin Delano Bush". Ma per i nostri saputelli commentatori anti-mercato queste distinzioni sono troppo complicate. Meglio credere nella vecchia dicotomia destra liberista contro sinistra statalista. Non è sempre così. E i fatti lo dimostrano. Peccato che spesso i commenti non si basino sui fatti, ma sui pregiudizi. Meno male che poi, sul Sole 24 Ore di oggi, in prima pagina, a deludere gli anti-capitalisti in servizio permanente effettivo ci pensi uno che liberista non è, Giuliano Amato. Nel suo editoriale domenicale, l'ex premier taglia la testa al toro (anti-liberale): "Il capitalismo ha (ancora) i secoli contati". Basta il titolo per farmi tirare un sospiro di sollievo. Alla faccia dei gufi che vedono il capitalismo come il fumo negli occhi.

mercoledì, settembre 17, 2008

L'eroe di Veltroni? Un fan di Reagan

Curioso che un mito di Walter Veltroni possa essere un repubblicano a stelle e strisce, un sostenitore dell’ex presidente conservatore degli Stati Uniti Ronald Reagan. Ma è proprio così e chissà se il segretario del Partito democratico lo sa. Di chi parliamo? Di Christopher McCandless, il giovane protagonista dello film di Sean Penn “Into the wild”. Una storia straordinaria quella di Chris, un’avventura solitaria, la sua, nella natura selvaggia dell’Alaska, alla ricerca della libertà assoluta, ma con un finale tragico. E con una morale, tratta dai diari scritti dallo stesso McCandless, che Veltroni ha illustrato domenica ai giovani del Pd dal palco della Summer school: “La felicità è reale solo quando è condivisa”. Parole che commuovono ancora chi ha visto il film. O letto il libro dell’americano Jon Krakauer “Nelle terre selvagge” in cui è ricostruita la storia di McCandless e che Penn ha utilizzato quasi alla lettera per realizzare il suo film. Quasi, dicevamo. Sì, perché a pagina 163 del libro, Krakauer racconta delle idee politiche del giovane McCandless ai tempi dell’università: “Malgrado l’avversione per il denaro e l’eccessivo consumo, Chris non poteva definirsi un liberale (“liberal” nel testo originale in inglese, ndr). Al contrario si divertiva a ridicolizzare la politica del partito democratico ed era un aperto sostenitore di Ronald Reagan. A Emory arrivò addirittura a fondare insieme ad altri un club per studenti repubblicani. Le sue posizioni apparentemente anomale sono forse ben riassunte nella dichiarazione di Thoreau in “Disobbedienza civile”: ‘Accetto con vigore il motto migliore è il governo che governa di meno’”. Un filo rosso conservatore e libertario che da Thoreau arriva fino al celebre discorso di Reagan del 1981, quello dell’inaugurazione del suo primo mandato alla Casa Bianca, quando il neopresidente degli Stati Uniti disse: “Government in not the solution to our problem. Government is the problem” (“Il governo non è la soluzione al nostro problema. Il governo è il problema”. Non basta. Perché più avanti, nel libro di Krakauer si legge che McCandless, sul giornale della sua università, all'inizio degli anni Novanta, “satireggiò Jimmy Carter e Joe Biden”. Sì, Biden, il candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti, proprio il Biden che ora affianca Barack Obama nel ticket democratico. Curioso, no, Walter?

lunedì, settembre 01, 2008

Uragano democratico o repubblicano?

Democratico o repubblicano? E' quello che si chiedono gli osservatori politici guardando arrivare da lontano l'uragano Gustav. Aiuterà Obama, ricordando agli elettori, non solo a quelli democratici, il dramma dell'uragano Katrina? O invece McCain, che ha annullato la convention del Gop per far vedere che lui, a differenza di George W. Bush è pronto a fronteggiare qualsiasi emergenza nazionale? Una cosa, per ora, è certa: McCain è stato politicamente più reattivo, su questo fronte, guadagnandosi le prime pagine dei giornali. Ora però deve sperare che il piano di emergenza approntato da Bush regga la furia di Gustav. Altrimenti quella che sembra ora un'abile mossa politica diventerà un suicidio (o quasi) elettorale. E a quel punto sarà difficile fermare l'uragano Obama.

sabato, agosto 30, 2008

The right man

Ora si fa sul serio. John McCain-Sarah Palin contro Barack Obama-Joe Biden. I due ticket per la presidenza degli Stati Uniti ci sono. Inizia la corsa che porterà al voto del 4 novembre. Lo dico senza equivoci e fin da subito: io sto con McCain. Se votassi negli States, voterei lui, il reduce del Vietnam, il conservatore che ha incalzato George W. Bush su temi come la guerra in Iraq e l'immigrazione. Sì, forse McCain è troppo vecchio. Ma come avrebbe detto Ronald Reagan per replicare alla stessa critica a lui rivolta: "Non userò la saggezza conquistata con l'età contro il mio avversario". Ok, McCain è meno affascinante di Obama, vera icona pop del Terzo Millennio. E' vero, McCain deve conquistare persino i voti di qualche conservatore intransigente, ma il fatto di rimanere distinto e distante da certe posizione dei conservatori ultrareligiosi in fondo dovrebbe essere considerato un punto a suo favore, anche se in America quei voti servono, eccome se servono. Insomma, il candidato presidente targato Gop, il Grand Old Party repubblicano, qualche caratteristica a sfavore c'è l'ha, rispetto al rivale Barack, inutile nasconderlo. Eppure è lui, McCain, a essere il miglior candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Semplicemente perché - al di là del can can mediatico che supporta Obama - è McCain il miglior politico tra i due, è lui ad avere la maggior esperienza in politica estera, è lui a sostenere quelle ricette economiche che hanno creato la ricchezza, umana ed economica, degli Stati Uniti. E poi scusate, mettetevi nei panni di un americano. Se capitasse un altro 11 settembre, chi vorreste che ci fosse alla Casa Bianca? Io non ho dubbi: l'uomo giusto, anzi the right man, non può che essere McCain.

mercoledì, settembre 19, 2007

Grillo? No, grazie

Io non sto con Grillo. Tanto per essere chiari.

sabato, febbraio 03, 2007

Ostellino, liberale duro e puro

Un liberale duro e puro. Che sfida il politicamente corretto senza paura, ma - giudizio personalissimo - con un po' di rassegnazione. Parlo di Piero Ostellino, quarant'anni di giornalismo al Corriere della Sera, del quale è stato direttore, corrispondente dall'Unione Sovietica e dalla Cina, editorialista. Ora cura ogni sabato per il quotidiano di via Solferino la rubrica "Il dubbio", una summa del liberalismo duro e puro. Lo stesso che Ostellino ha proposto agli studenti milanesi del Corso di Liberalismo 2007 durante la prima lezione, che si è svolta il 29 gennaio. Il titolo della sua relazione è già una sintesi di approccio politicamente scorretto ai problemi italiani: "La riforma della prima parte della Costituzione". Sì, proprio la parte dei principi fondamentali, ritenuti intoccabili da una larghissima parte della classe dirigente nazionale, di destra e di sinistra. Prima di affondare il colpo, Ostellino rende omaggio ai suoi due maestri: "Sono diventato liberale grazie a Norberto Bobbio e ad Alessandro Passerin d'Entrèves. Il primo positivista, il secondo giusnaturalista". Due visioni distinte e distanti, francamente difficilmente conciliabili. Tant'è. Ostellino entra subito nel vivo del tema. Con un approccio choccante: "La democrazia italiana è il proseguimento dei totalitarismi del Novecento con altri mezzi. Viviamo in una democrazia tutt'altro che liberale. Bensì collettivista, statalista, dirigista". Basta dare un'occhiata all'elenco dei partecipanti all'Assemblea costituente eletta nel 1946, per rendersene conto, sostiene l'ex direttore del Corsera: "C'era Fanfani, che in precedenza era stato tra i teorici del comporatismo fascista. E c'era Dossetti, di cui Togliatti diceva: 'Se non fosse un prete, sarebbe un grande comunista'". Risultato: "La nostra Costituzione non si fonda sull'individuo e sui diritti naturali, per dirla con Passerin d'Entrèves. Ha invece una vocazione all'astrazione ideologica". Ostellino non si tira indietro ed elenca una serie di esempi. "L'articolo 2 parla di 'doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale'. Ma, direbbe Popper, come si misura la solidarietà politica, economica e sociale?". Ancora. "L'articolo 4 recita: 'Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società'. Di nuovo: come si misura il progresso materiale e spirituale?". Non può mancare un cenno all'incipit dell'articolo 1: 'L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro'. Ma il lavoro è una merce che attiene al mercato". La conclusione è paradossale, ma non troppo: "Siamo l'unico Paese fondato su una merce". Parte la stoccata: "Io da liberale non mi riconosco nei principi della Costituzione". Gli esempi continuano: "Articolo 41: 'L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale...'. Cos'è l'utilità sociale?". "Articolo 42: 'La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti'. Funzione sociale?". Ostellino a questo punto si lascia andare ai ricordi: "Nel 1977, da corrispondente a Mosca, mi capitò tra le mani una bozza della nuova Costituzione sovietica. Ne scrissi sul Corriere. Male, partendo dai presupposti che vi sto illustrando. Nel discorso di apertura del congresso, Breznev esordì con una lunga citazione del mio articolo sul Corriere. Molti pensavano che sarei stato espulso dal Paese. Invece no. In compenso entrai nei libri di storia dell'Urss". L'accenno alla Costituzione sovietica non è casuale: "L'inganno della Costituzione italiana è stato quello di far pensare che la nostra Carta fosse compatibile con quella sovietica". Insomma, un pasticcio: "La nostra è una costituzione né liberale né fondata sul costruttivismo sovietico. Ma che limita i diritti individuali". Peccato gravissimo, per Ostellino, il quale cita i teorici dei diritti individuali, "da Mandeville a Hume, da Locke a Smith, fino a Hayek e Popper". "Sono le società aperte ad aver prodotto il maggior grado di libertà". Scatta l'esempio: "Un ricco che dilapida la sua fortuna, se ci pensate, produce un beneficio pubblico inconsapevole. I suoi soldi, infatti, vanno nelle tasche di altri cittadini". La relazione arriva al punto sulla critica del sistema fiscale redistributivo: "Il welfare non è un valore assoluto, ma un mezzo. Il welfare non deve puntare a redistribuire la ricchezza ma alla lotta alla povertà e alla creazione dell'uguaglianza delle opportunità". Quindi "è un modello più sociale quello che prevede prezzi bassi per approdare in tutte le città d'Europa - cosa che io da giovane non mi potevo permettere, perché gli aerei erano troppo cari -, piuttosto che la distribuzione del reddito". Altro affondo contro la Costizione italiana: "La nostra Carta afferma che bisogna privilegiare una politica sociale. Ma allora, scusate, io, che sono un liberale, cosa vado a votare a fare?". Un paradosso scuote e diverte la platea: "La Costituzione parla di diritto alla salute. Che vuol dire, che il cancro è anticostituzionale?". Risate. Ostellino affronta anche il tema Resistenza, con le connesse categorie di antifascismo e anticomunismo. "La Resistenza era formata da un antifascismo democratico e da uno antidemocratico, rappresentato dal Pci e da una parte del mondo cattolico. E' una mistificazione affermare che l'antifascismo equivale alla democrazia. Non è così. Stalin era antifascista ma non democratico. Così come Hitler era anticomunista ma non democratico". Di più. "E' la democrazia il valore fondante, non l'antifascismo. Ma una democrazia temperata però dal costituzionalismo. Altrimenti arriviamo alla 'volontà generale' teorizzata da Rousseau". Ancora. "La nostra Costituzione, invece, è un compromesso tra i due antifascismi che citavo sopra. Compromesso utile alla legittimazione del Pci. Ma a salvare l'Italia è stato solo l'antifascismo democratico e il fatto che il nostro Paese fosse inserito in un'alleanza di Paesi liberali. I nostri costituzionalisti non hanno capito che non si poteva stare contemporaneamente dalla parte del costituzionalismo democratico e dal quella del costituzionalismo costruttivistico sovietico". Il ragionamento ostelliniano arriva a una conclusione, quasi a un appello: "Sarebbe ora che spuntasse un politico che dicesse che la Costituzione italiana è vecchia e ormai anacronistica". Non basta. "Sogno un politico che dica della nostra Costituzione quello che Fantozzi diceva della Corazzata Potemkin". Altre risate, perché - per chi non lo ricordasse - Fantozzi diceva che "la Corazzata Potemkin è una boiata pazzesca!". La relazione è finita, ma non il dibattito. Ostellino ha tempo per rispondere ad alcune domande degli studenti del corso. Ricorda innanzitutto che "il liberalismo è una dottrina dei limiti del potere, non una dottrina del potere". A questo punto il giornalista del Corsera mette i puntini sulle "i": "Io sono un liberale anglossassone, non un liberale continentale vicino alla Rivoluzione francese". Che significa? "Che io parlo di libertà al plurale e che guardo all'illuminismo scozzese, ma anche alle 'Riflessioni sulla Rivoluzione francese' di Edmund Burke. Il liberalismo continentale è invece il progenitore dei totalitarismi". Chiedo a Ostellino se il liberalismo anglossassone potrà mai attecchire nella realtà politica, culturale e sociale italiana. Lui sorride, mi dà atto che questa è proprio una "bella domanda", ma, nel merito, è scettico: "L'Italia è più legata alle tradizioni di pensiero nate a partire dalla Rivoluzione francese". La conclusione, già anticipata, è pessimista: partendo da queste basi, "la prima parte della nostra Costituzione non sarà mai cambiata in direzione di un liberalismo anglossassone. La mia è una critica giusnaturalistica alla Carta". Nessuna mutazione possibile. Che fare, allora? "Beh, un buon punto di partenza è leggere i libri dei veri liberali. Cosa che in Italia per anni è stata impedita. Basti pensare che anche il mio maestro Bobbio considerava 'La società aperta' di Popper non degna della traduzione in italiano e della pubblicazione". La lezione finisce. Saluto Ostellino e gli dico: "Sa, io ho fatto una tesi su Burke, e il suo riferirlo alla tradizione liberale mi ha tirato su. Anch'io la penso come lei, ma di solito Burke è considerato un becero reazionario". Ostellino mi conforta: "Macché. Burke è straordinario". Sottoscrivo.